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I vulcani e il destino degli oceani

Novembre 12, 2008

Fonte: Le Scienze, 11 maggio 2006

Dalla loro formazione, il 10 per cento di essi sarebbe già stata assorbita
Sia pure con estrema lentezza, l’acqua deglioceani viene progressivamente assorbita dalle profondità della Terra

I fondali oceanici non sono impermeabili, né sotto di essi esiste alcuna barriera impermeabile realmente efficiente. Piano piano, dunque, il pianeta si sta “bevendo” gli oceani. È questa la conclusione di uno studio condotto da ricercatori dell’ Università di Manchester che per la prima volta ha identificato acqua di mare in campioni di gas vulcanico generato nelle profondità del mantello terrestre, la regione sottostante alla crosta che si estende fino al nucleo. Ciò suffraga la teoria secondo cui l’acqua degli oceani si infiltrerebbe lentamente negli strati sottostanti. Secondo Chris Ballentine, che firma un articolo sul numero odierno di “Nature”, “possiamo dimostrare che dall’epoca della sua formazione circa il 10 per cento degli oceani è stato assorbito all’interno del pianeta. Questo quantitativo corrisponderebbe a circa metà dell’acqua presente all’interno della Terra…
[continua]

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I vulcani abbassano il livello del mare

Ottobre 25, 2008

Fonte: Le scienze, 11 novembre 2005

Eruzioni vulcaniche come quella di Pinatubo potrebbero aver contribuito a ritardare la crescita degli oceani associata ai cambiamenti climatici
L’eruzione del monte Pinatubo Il risveglio dei vulcani Vulcani ed effetto serra
Le grandi eruzioni vulcaniche possono avere un effetto così forte sul clima terrestre da far calare i livelli degli oceani su tutto il pianeta, al punto da richiedere anni prima di tornare ai valori normali. Lo afferma un gruppo di ricercatori guidato da John Church dell’Antarctic Climate and Ecosystems Cooperative Research Centre di Hobart, in Tasmania, in un articolo pubblicato sulla rivista “Nature”. Quando nel 1991 è esploso il monte Pinatubo nelle Filippine, l’eruzione ha innescato…
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L’arte della guerra

Ottobre 19, 2008

Fonte: Focus.it

Articolo di Giorgio Baratto

Com’è cambiata la strategia militare in 5000 anni di battaglie e guerre? Quali sono state le innovazioni tecnologiche e tattiche più brillanti? E perché ci piace giocare a fare i condottieri?
Comandanti artificiali. L’era sintetica, l’ultima fra le moltissime età della storia umana percorse da Empire Earth II. Un futuro, quello immaginato dai creatori di Empire Earth II, dove combattono robot dotati di intelligenza artificiale.

Bella, horrida bella. Guerre, orride guerre. Così la definiva Virgilio, in quello che, in latino, sembra ai nostri occhi uno strano controsenso. Eppure pare proprio che nella sua etimologia latina, la guerra nasconda quella passione, quella bellezza, appunto, che da sempre ha attratto l’essere umano.
Fortunatamente, oggi, la comunità mondiale si è resa conto, tranne qualche deprecabile eccezione, dell’inutilità e della brutalità di questa attività che da sempre ha accompagnato l’uomo. Le manifestazioni contro l’ultima guerra in Iraq, ma anche quelle contro al guerra del Vietnam, e le bandiere della pace appese ai balconi, solo per citare alcuni esempi lo dimostrano. Ma non bisogna dimenticare che la guerra, piaccia o no, fa comunque parte della storia dell’umanità.

Generali in poltrona
Se fortunatamente sono diminuiti i conflitti nella realtà, sono aumentati quelli virtuali. I wargame, i giochi di guerra, infatti, sono sempre più diffusi, sia nella loro versione digitale, i videogiochi, sia in quella tridimensionale, i vecchi cari soldatini di piombo, di quest’ultimo passatempo, nel 2004, si tenuto il campionato del mondo proprio a Roma.
Esiste, infatti, un mondo poco conosciuto, in cui stimati professionisti si sfidano giocando alla guerra, e vestendo i panni ora di Napoleone ora di Cesare standosene comodamente seduti in poltrona.

Il genio militare
I grandi condottieri del passato, Alessandro Magno, Annibale, Cesare, Gustavo Adolfo, Federico il Grande, Napoleone, Rommel, furono tutti in grado…
[continua]

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In un papiro l’educazione sentimentale al tempo dei greci

Agosto 18, 2008

Fonte: Il Sole24ore.com, 30maggio 2008

Articolo di Aristide Malnati

Un esteso frammento di papiro, pubblicato recentemente nella prestigiosa collana dei Papiri di Ossirinco (volume LXX, numero 4762), a cura dell’Università di Oxford, rivela nuovi, preziosi elementi del romanzo greco; e dunque in buona sostanza ci riconduce ai prodromi di un genere letterario, che ha avuto una straordinaria fortuna nella letteratura mondiale moderna e contemporanea. Il nuovo frammento, databile grazie all’analisi della grafia al III secolo d. C., è parte di una copia di un romanzo più antico, di un’opera redatta da un ignoto autore verosimilmente un secolo prima, visti i modelli letterari, a cui mostra di ispirarsi. Nella sezione conservata la protagonista è una giovane fanciulla alle prime esperienze erotiche, desiderosa di ricevere in materia preziosi consigli, indispensabili per il successo della relazione, a cui la ragazza aspira. Questo è un “tòpos” letterario, un clichet tipico della letteratura erotica romanzata, che inizia con il romanzo di Nino (II sec. a. C.), ambientato nelle lussuriose corti persiane, e che ha una sorta di “akmé”, di esplosione, con le storie d’amore, scaturite dalla fantasia immaginifica di Caritone, vero e proprio fondatore del romanzo come genere della letteratura greca.
La variazione presente in questo nuovo frustolo papiraceo è l’interlocutore della ragazza: un aitante asino, a dimostrazione di una scelta audace, ma perfettamente consentanea alla sensibilità degli antichi (si pensi alla novellistica di Esopo e Fedro), per i quali gli animali erano depositari di saggezza e di ricchezza di sentimenti. L’asino nel nostro caso appare saggio suggeritore di comportamenti da adottare, ma anche ardito partner della giovane protagonista, che a lui si concede con evidenza di situazioni di erotismo grottesco: fin dall’inizio la ragazza si mosrra “infuocata” e da subito si assiste a un crescendo di una relazione esplicitamente raccontata, certamente conclusa con preziosi consigli amorosi, a tutti i livelli, garanzia di successo con il giovane, che lei ama. Il testo in questione, e in genere il romanzo d’amore tardoantico e bizantino, traggono parecchi spunti e quasi saccheggiano la letteratura classica e in particolare la lirica arcaica: l’idea di un’educazione sentimentale propedeutica a una corretta vita matrimoniale era elemento fondante della pedagogia delle “pòleis” grecoantiche; a partire da Mitilene, sull’isola di Lesbo, dove circoli di educazione sessuale (famoso è il “thìaso” di Saffo) si occupavano di formare le giovani fanciulle per farle diventare spose perfette.
Nel caso del romanzo, in parte conservato dal papiro ossirinchita, si possono riscontrare anche fonti contemporanee al suo ignoto autore; sicuramente Apuleio (“L’asino d’oro”) e Luciano di Samosata (“Lucio e l’asino”), prolifici e dissacranti figure letterarie del periodo della seconda sofistica (metà II secolo d. C.), quando venne promossa la riscoperta e anche un po’ la parodia dei periodi classico ed ellenistico, di secoli precedenti. In particolare Luciano rivalutò la figura del filosofo cinico, critico e derisorio verso i miti, a suo dire illusori, dei suoi contemporanei, e in aperta polemica con le nuove fedi (per lui “superstizioni irrazionali”), importate dall’Oriente e destinate di lì a poco ad imporsi. E i romanzieri furono qua e là influenzati da una simile congerie di elementi eterogenei, a cui cercarono di conferire fusione armoniosa nelle loro opere: spesso avendo successo, come mostra il nuovo papiro, che trovò il gradimento dei lettori un secolo dopo la stesura dell’opera originale.

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Io vedo blu, ma per te è rosso

Agosto 6, 2008

Fonte: La Stampa, 2 gennaio 2008

Neuroscienze: le ricerche di frontiera dimostrano il predominio dell’inconscio
Articolo di Alfonso Caramazza e Massimo Turatto (Università di Trento, Harvad University)

Il cervello produce dati e sensazioni che non possiamo controllare

È una bellissima mattina d’estate e dalla finestra osservate il cielo di un azzurro intenso, mentre vi arriva il profumo del caffè. Esperienze così ordinarie nascondono in realtà uno dei più grandi misteri da spiegare, quello della qualità delle nostre esperienze sensoriali coscienti.

La scienza ha permesso scoperte incredibili, come il meccanismo del DNA, ma non sa ancora spiegare il «semplice» fatto di come sia possibile vedere un cielo azzurro. Ma dov’è il problema nel vedere il rosso di una rosa o nel sentire il dolore provocato da una ferita? Sono esperienze così naturali che sembrano non richiedere alcuna spiegazione.

Le cose, tuttavia, non sono affatto ovvie, dato che non è per nulla chiaro come sia possibile che scambi biochimici ed elettrici tra le cellule del cervello diano luogo all’esperienza del cielo azzurro. Non c’è infatti nulla di azzurro nel cielo né nel cervello stesso. L’azzurro, la musica o il sapore di un buon vino non sono proprietà date nel mondo esterno, dove esistono solo, rispettivamente, lunghezze d’onda elettromagnetica, variazione di pressione nell’aria e combinazioni molecolari organiche. E’ il cervello, misteriosamente, a generare da questi dati le esperienze corrispondenti, ma queste sono un evento così strettamente soggettivo che non possiamo esser sicuri che l’azzurro che vediamo corrisponda a quello visto da un’altro.

Paradossalmente, la «nostra» luce che noi definiamo azzurra potrebbe, in un’altra persona, generare un’esperienza simile a quello che noi definiremo rosso, ma entrambi abbiamo imparato a chiamare le due cose con lo stesso nome (azzurro, appunto). Quello che possiamo fare è assumere che la nostra esperienza cosciente sia la stessa che sta avendo la persona che guarda lo stesso cielo. Questo perché i nostri due cervelli, derivando dallo stesso processo evolutivo, sono fisiologicamente ed anatomicamente praticamente identici e, quindi, molto probabilmente generano esperienze coscienti simili.

Poiché la coscienza è un’esperienza puramente soggettiva, nessuno può avere la certezza che chi gli sta di fronte abbia le sue stesse esperienze coscienti e nemmeno che sia cosciente tout court. Pensate ad un computer, nemmeno troppo sofisticato, in grado di nominare i colori in base ad un sensore e ad un software appropriato. Possiamo dire che «vede» i colori? Sicuramente è in grado di distinguere una certa frequenza di luce da un’altra, ma non è per nulla certo che veda il colore così come lo vediamo noi. Analogamente, come sostenuto anche da Casati e Varzi, è teoricamente possibile che ci siano persone che si comportano come automi sofisticati, che prendono decisioni e agiscono senza esperienze coscienti, una sorta di «zombi».

Possiamo trovare l’idea dello zombi eccentrica, ma sostanzialmente implica la possibilità che ci possa essere un individuo, e quindi un cervello, che agisce senza processi coscienti. È un’ipotesi così distante dalla realtà? Quando tocchiamo un’oggetto che scotta, ritiriamo immediatamente la mano senza pensarci, prima di avvertire coscientemente il dolore. In questo caso accettiamo che la nostra azione sia avvenuta in modo inconscio, perché la releghiamo ad una sorta di riflesso, che nulla condivide con la nostra vita mentale che ci sembra sempre cosciente.

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Storie dalla storia / 10 giugno 1940: l’Italia in guerra

Luglio 26, 2008


Fonte: Il Sole24ore.com, 6 giugno 2008

Articolo di Marco Innocenti

Marco Innocenti, inviato del «Sole 24 Ore» e autore di numerosi libri sugli eventi mondiali sul costume del nostro Paese, racconta i grandi fatti del passato e come l’Italia li visse.

Il 10 giugno 1940, lunedì, festa di Santa Margherita vedova, è un giorno di sole spavaldo, l’omaggio di un’estate precoce che regala 31 gradi a Milano e 26 a Roma. Molti milanesi hanno l’aria soddisfatta: il campionato di calcio si è appena concluso con la vittoria dell’Ambrosiana Inter, dopo un infuocato duello con il Bologna. Sui giornali si fa largo la foto di un ragazzo segaligno: è il ventenne Fausto Coppi, uno sconosciuto che ha vinto all’Arena il Giro d’Italia dopo avere portato fino a pochi giorni prima la gerla del fornaio e che fra qualche settimana partirà soldato.

Mussolini si prepara
Il 10 giugno di Benito Mussolini comincia davanti allo specchio, in camera da letto. Come si veste uno che sta per dichiarare guerra a mezza Europa e far scendere in campo “otto milioni di baionette”? Un cenno di fastidio, la pancia è poco fascista; poi sceglie l’uniforme di caporale d’onore della milizia, con una sahariana vistosa e pesante. Il discorso è a punto. Lo ha maturato per giorni nella sobria intimità dello studio dove da anni vive in compagnia della propria solitudine e di un’impudica erba voglio.

L’adunata
Alle 15 gli altoparlanti Marelli agli angoli delle piazze emettono le prime voci di prova. Poi l’appello all’adunata, che scuote anche la solita Roma svogliata: «Stasera, alle ore 18, dal balcone di Palazzo Venezia, Benito Mussolini parlerà al popolo italiano». Dopo le 16 la folla comincia a radunarsi… [continua]

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Einstein fra le stelle

Luglio 20, 2008

Fonte: Enel magazine

Articolo di Barbara Paltrinieri

Se ne è parlato tanto, su tutti i maggiori quotidiani internazionali. E con ragione, dal momento che la scoperta effettuata da un gruppo di astrofisici statunitensi è di quelle che possono cambiare il panorama della cosmologia moderna. Grazie a immagini ad alta risoluzione del telescopio Hubble, in orbita attorno alla terra, Adam Riess e colleghi hanno catturato la supernova più lontana mai osservata. È a circa undici miliardi di anni luce, questo vuol dire che l’esplosione è avvenuta quattro o cinque miliardi di anni dopo il Big Bang, quando l’Universo aveva dimensioni pari a un quarto di quelle attuali. Ma a far sobbalzare la platea della sala convegni dello Space Telescope Institute di Baltimora, dove è stato presentato il risultato, è ben altro. Infatti la supernova (cioé una stella con grandissima massa che, arrivata a un certo punto della sua evoluzione, esplode) era molto più luminosa di quanto ci si poteva attendere da un evento accaduto undici miliardi di anni fa in un Universo che era in espansione lineare, senza scossoni, poco per volta.

Invece l’alta luminosità delloggetto ha fatto riflettere, perché tale risultato è spiegabile solo se l’espansione dell’Universo a un certo punto è stata accelerata, sotto la spinta di una energia ancora sconosciuta, che in qualche modo si opponeva alla forza di gravità. In questo scenario quando la stella esplose ancora non dominava questa accelerazione e l’espansione procedeva in modo più tranquillo. Così l’unico modo che gli scienziati hanno trovato per risolvere questa incongruenza è ammettere che il cosmo è molto più bizzarro di quanto si possa pensare e che a un certo punto della sua evoluzione, abbia inserito la cosiddetta marcia in più. Le supernove ci appaiono come una classe speciale di oggetti che permettono agli astronomi di capire come cambia nel tempo l’espansione dell’Universo, spiega Riess. La supernova ci ha mostrato che l’Universo si sta comportando alla pari di un automobilista che si mantiene a una velocità controllata mentre si avvicina a un semaforo rosso, e che poi schiaccia l’acceleratore appena la luce diventa verde.

La costante ritrovata. Oppure no?

Ma cosa nasconde questa misteriosa energia che spinge l’Universo a espandersi ancora più rapidamente? Attualmente la scienza non riesce a spiegarne la natura e le caratteristiche. Si sa che, nel caso esista, il suo effetto è contrario alla forza di gravità: la gravità attira due corpi in virtù della rispettiva massa, questa energia li respinge. Nonostante tutti i punti interrogativi che ancora attendono risposte, questa teoria vanta un passato illustre. Infatti fu introdotta nel 1917 dal grande Albert Einstein che la definì costante cosmologica, per risolvere un problema spinoso. All’epoca infatti non era ancora stata avanzata l’ipotesi del Big Bang: si riteneva che l’Universo fosse statico e di conseguenza, per effetto della forza di gravità, era destinato a collassare su se stesso. Era quindi necessaria una energia, associata allo spazio vuoto, in grado di compensare l’attrazione esercitata dalla forza di gravità. Quando, più tardi, le osservazioni di Edwin Hubble dimostrarono che vivevamo in un Universo in espansione, Einstein ripudiò la costante cosmologica.

Ma ora il risultato presentato dagli astrofisici statunitensi ripropone sul palcoscenico mondiale l’esistenza di questa energia, la costante cosmologica, che quindi, se confermata, rappresenterebbe una scoperta importantissima in grado di ridisegnare i contorni del nostro Universo. Per quanto suggestivo questo risultato non è, però, nuovo. Nei corridoi degli istituti di ricerca già da tempo circolano i dati relativi a supernove che vanno nella direzione dell’esistenza di una costante cosmologica non nulla. Un paio di anni fa un’analisi di dati, sempre condotta da Riess, aveva mostrato discrepanze rispetto alle aspettative. E per questo erano state formulate diverse ipotesi fra cui anche l’esistenza di questa energia che pervade tutto l’Universo. Ma la cautela è d’obbligo dal momento che le uniche indicazioni che spingono verso una costante cosmologica diversa da zero sono proprio le misure sulle supernove, vicine o lontane che siano. Quindi il mondo scientifico invita alla calma, ed è doveroso attendere ulteriori conferme.

La relatività sotto controllo

Ma di altri filoni di ricerca legati ad Albert Einstein si parla questa settimana. È il 1916 quando il fisico tedesco invia agli Annalen der Physik l’articolo con cui si svelano le proprietà della teoria della relatività generale. A ruota, un anno più tardi, formula le equazioni cosmologiche alla base delle ricerche attualmente condotte su buchi neri e Big Bang. Tuttavia ancora oggi, a 85 anni di distanza, quella di Einstein rimane la teoria più difficile da saggiare in modo diretto, schiacciati come siamo in un piccolo angolo dell’Universo come il sistema solare. Infatti, per poter stimare in modo opportuno le differenze fra le predizioni della teoria newtoniana e quella einsteiniana è necessario andare su distanze molto maggiori e soprattutto su velocità molto maggiori.

In questo panorama si inserisce l’esperimento proposto da James Longuski e Ephraim Fishbach, della Pardue University nello stato americano dell’Indiana, riportato sul numero di questa settimana di Nature. L’idea si basa su una sonda che sfrutti la spinta gravitazionale del sole per viaggiare nel sistema solare e oltre, fino a immergersi nello spazio profondo dove ancora nessun satellite è arrivato. La missione, nota col nome di Interstellar Probe Mission, è già stata proposta ai supervisori della Nasa ed è ora in attesa di finanziamenti. Secondo gli autori del progetto, una misura accurata della deflessione della sonda nel suo passaggio nel campo gravitazionale del sole, potrebbe permettere di misurare la deviazione fra uno spazio newtoniano e uno einsteiniano. In altre parole gli ingegneri dalla deviazione del moto della sonda nel suo passaggio vicino al sole possono calcolare la differenza fra il modello della relatività generale e le leggi di Newton. Tutto comunque per il momento è rimandato alla decisione della Nasa.

Stelle e raggi gamma: un matrimonio possibile

Altra notizia della settimana. Le violente e brevissime emissioni di raggi gamma che da qualche anno si segnalano sempre più frequentemente nell’Universo, stanno finalmente per trovare un degno genitore. A originare quei lampi, meglio noti in ambiente astrofisico come gamma ray-burst, che liberano una enorme quantità di energia seconda solo al Big Bang sarebbero le supernove, o meglio le ipernove (esplosioni stellari molto maggiori delle classiche supernove). È quanto emerge da una serie di lavori e osservazioni condotte con due moderni satelliti di indagine astrofisica, l’italiano BeppoSax e lo statunitense Chandra. Sono i gioielli della moderna tecnologia, in grado di sorvegliare il cielo nelle alte energie, dove cioé dominano i raggi X e i raggi gamma. E dopo che negli ultimi mesi si sono susseguite diverse evidenze dell’origine stellare di questi lampi gamma, dovuti cioé all’esplosione di una stella, ora gli scienziati hanno tratto le somme e, come spiega Luigi Piro, responsabile scientifico per il Consiglio Nazionale delle Ricerche di BeppoSax, grazie a questi risultati possiamo parlare per la prima volta di ipernove, oggetti di massa anche cento volte superiore a quella solare, che per la loro luminosità forniranno un aiuto insostituibile nello studio e nell’esplorazione delle regioni più remote del’lUniverso.

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Spazio, potrebbero esserci centinaia di pianeti simili al nostro

Luglio 15, 2008

Fonte: La Stampa, 19 febbraio 2008

Non solo nella Galassia, ma addirittura nel Sistema Solare
ROMA
Nella nostra Galassia ci potrebbero essere pianeti rocciosi, simili alla Terra, con condizioni ambientali e climatiche favorevoli alla vita. Un tipo di pianeti, che potrebbero essere più numerosi di quanto non si pensi e che secondo gli scienziati potrebbero trovarsi a centinaia, se non a migliaia anche all’interno del Sistema Solare. Lo dicono una serie di ricerche presentate oggi al convegno annuale dell’American Association of Advanced Studies in corso a Boston.

Secondo Michael Mayor, Università dell’Arizona, coordinatore di uno studio che ha portato alla scoperta di pianeti rocciosi simili alla Terra, al di fuori del Sistema Solare di questi pianeti, che girano intorno ad una stella simile al nostro Sole, ce ne potrebbero essere a centinaia e ancora tutti da scoprire. Qualcuno di essi, relativamente alla sua distanza dalla stella madre, potrebbe essere inospitale e molto freddo, quasi una piccola Terra ghiacciata. Già, nel recente passato, sono stati scoperti migliaia di oggetti cosmici di varia grandezza nella fascia degli asteroidi, Kuiper Belt, alcuni di essi con massa pari a quella di Plutone.

«Le nostre osservazioni – ha spiegato questa mattina Mayor in un’intervista rilasciata alla BBC – suggeriscono che tra il 20% e il 60% di stelle di media grandezza hanno intorno un sistema di pianeti simili alla Terra o ci sono evidenze che è in corso un processo di formazione planetaria che non dovrebbe essere diverso da quello che ha portato alla formazione della Terra e degli altri pianeti del Sistema Solare». Mayer e colleghi osservando con il telescopio spaziale americano Spitzer un gruppo di stelle con massa simile a quella del Sole, hanno scoperto un disco di polveri cosmiche intorno alle stelle più giovani. Polveri che gli scienziati pensano siano un sottoprodotto di detriti rocciosi prodotti dal fenomeno di collisione e fusione che porta alla formazione di un pianeta. Ora, per altre scoperte si aspetta il prossimo anno quando partirà la missione della Nasa «Kepler» alla ricerca di pianeti grandi o poco più piccoli della Terra.

«La vecchia visione del Sistema Solare – ha detto, a sua volta, Alan Stern della Nasa – con nove pianeti potrebbe cambiare ed essere soppiantata da una nuova che ha centinaia di pianeti, se non migliaia all’interno del nostro Sistema Solare. Molti potrebbero essere mondi ghiacciati, altri rocciosi e altri ancora potrebbero avere la stessa massa della Terra. Anche nella Nube di Oort (una fascia di detriti rocciosi che circonda il nostro sistema planetario) – conclude – potrebbero esserci oggetti che hanno la stessa massa del nostro pianeta, ma sarebbero pianeti congelati». La scoperta di nuovi pianeti simili al nostro è accolta con molto favore dagli scienziati, perché potrebbero in futuro consentire all’uomo di migrare dalla Terra e colonizzare altri mondi. «L’importante – ha detto Debra Fischer, San Francisco State University – che si tratti di mondi adatti alla vita, né troppo caldi, né troppo freddi e alla giusta distanza dalla loro stella madre».

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Il sorriso della Gioconda è quello di una puerpera

Luglio 11, 2008

Fonte Newton, 2 ottobre 2006

Dopo 500 anni, uno studio scientifico rivela i segreti del dipinto più famoso del mondo grazie ad uno speciale scanner messo a punto da ricercatori canadesi

L’enigmatico sorriso della Gioconda è quello di una donna che aveva da poco partorito: è quanto ha sostenuto nei giorni scorsi uno storico dell’arte francese dopo che scienziati canadesi gli hanno consentito di esaminare il famoso dipinto di Leonardo con una tecnologia speciale a raggi infrarossi e a tre dimensioni. Bruno Mottin, del Centro per la ricerca e il restauro dei Musei di Francia, ha dichiarato che un attento esame del quadro ha rivelato che Monna Lisa indossa sull’abito un leggerissimo velo di garza. ”Questo tipo di vestito di garza era tipico, nell’Italia del sedicesimo secolo, della donna incinta o che aveva appena partorito”.

In una conferenza stampa a Ottawa, Mottin ha osservato che finora non era stato possibile vedere il velo perché il quadro era stato giudicato troppo scuro e difficile da esaminare. ”Possiamo però ora affermare che il dipinto di Leonardo fu commissionato per celebrare la nascita del secondo figlio della Gioconda, il che ci aiuta a datarlo con più precisione a circa il 1503”, ha detto lo studioso.

La giovane donna al centro di secoli di illazioni è identificata come Monna Lisa Gherardini, la moglie del mercante fiorentino Francesco del Giocondo, da cui ebbe cinque figli. Mottin ha anche rivelato che, contrariamente a quanto appare a occhio nudo, la Gioconda non aveva i capelli sciolti sulle spalle ma portava un berrettino in testa da cui uscivano solo alcuni riccioli: ”Finora i capelli sciolti di Monna Lisa avevano sorpreso gli esperti – ha spiegato – perché li portavano così solo le ragazze molto giovani o le donne di malaffare”.

Gli esperti canadesi hanno trovato il capolavoro di Leonardo sostanzialmente in buona forma malgrado i suoi 500 anni. Su richiesta del Centro di ricerca e restauro dei musei di Francia, più di un anno fa gli esperti del Consiglio nazionale delle ricerche del Canada (Cnrc) si erano recati a Parigi, al Louvre, per studiare il quadro, utilizzando una tecnica di digitalizzazione dell’immagine in formato tridimensionale sulla base dei dati raccolti in 16 ore di scannerizzazione dell’opera.

”Il pannello di legno sul quale è stata dipinta la Gioconda è sensibile alla temperatura e alle variazioni climatiche. Tuttavia, nelle condizioni attuali, non c’é alcun pericolo di degrado”, ha dichiarato il Cnrc. ”I nostri risultati confermano quelli degli studi precedenti. Benché siano presenti delle fessure, lo strato di pittura propriamente detto resta ben attaccato al suo supporto”, ha detto John Taylor, uno dei ricercatori. ”Non abbiamo scoperto alcun segno di scollamento – ha aggiunto Taylor -. Per un’opera vecchia di 500 anni è un’ottima notizia. Dovrebbe restare intatta ancora a lungo se la si continuerà a conservare in una teca ad ambiente controllato come è attualmente”.

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Scienziate italiane scoprono l’oggetto più lontano nell’Universo

Luglio 7, 2008

Fonte: Quotidiano.net, 7 ottobre 2007

A realizzare la scoperta sono state cinque astrofisiche dell’Istituto Nazionale di Astrofisica, guidate da Loredana Bassani, dirigente di ricerca dell’Inaf-Iasf di Bologna: “All’inizio era solo un tenue bagliore proveniente da una zona remota dell’Universo”. A stanarlo è stato il satellite Integral che lo ha scoperto a miliardi di anni luce dalla Terra.

È l’oggetto più lontano mai osservato, uno tra i più remoti in assoluto nell’Universo. A stanarlo è stato il satellite Integral che lo ha scoperto a miliardi di anni luce dalla Terra. Si tratta di un quasar che brilla di luce gamma, un buco nero in grado di emettere una quantità di energia spaventosa. E per alimentarsi, trangugia ogni settimana l’equivalente del nostro Sistema Solare.
A realizzare la scoperta sono state cinque scienziate italiane, tutte astrofisiche dell’Istituto Nazionale di Astrofisica, guidate da Loredana Bassani, dirigente di ricerca dell’Inaf-Iasf di Bologna.

Stanare dalle profondità dell’Universo questo buco nero super energetico dall’impronunciabile nome di IgrJ22517+2218, non è stato facile. “All’inizio -spiega l’Inaf- era solo un tenue bagliore proveniente da una zona remota dell’Universo”. Ed a catture questo bagliaro era stato Ibis, uno strumento sensibile ai raggi gamma disegnato e realizzato in Italia, sotto la guida di Pietro Ubertini, dell’Inaf-Iasf di Roma, montato a bordo del satellite Integral dell’Agenzia Spaziale Europea. Ma non si sapeva cosa potesse generarlo.

È stato per questo che cinque ricercatrici dell’Istituto Nazionale di Astrofisica hanno dunque voluto vederci chiaro. Così, in collaborazione con altrettanti colleghi dell’Università inglese di Southampton, della Nasa e dell’Agenzia Spaziale Italiana, le scienziate gli hanno dato la caccia con un secondo satellite, Swift, questa volta mettendo in campo Xrt, un rivelatore sensibile ai raggi X.
Una tenacia quella delle studiose del Bel paese che è stata premiata. E la realtà è venuta a galla. A produrre quel tenue bagliore, che poi si è rivelato essere un fascio d’energia di potenza immensa, era uno tra gli oggetti più distanti mai scoperti, e certamente il più lontano che Integral abbia mai osservato: un quasar, ovvero un buco nero. Un vero e proprio “faro naturale” ma, spiegano gli esperti dell’Inaf, anche un “fossile” dai recessi del tempo.

Questo buco nero è infatti talmente remoto che la sua luce, e dunque l’immagine che ora hanno visto gli scienziati risale a miliardi di anni fa. Ed è un quasar da record, subito battezzato IgrJ22517+2218. “Igr sta per Integral, il satellite che lo ha individuato -spiega Bassani- e i numeri che seguono questa sigla ne indicano la posizione nel cielo. Ma tra noi lo chiamiamo più semplicemente High Zeta Quasar, ovvero quasar ad alto zeta”.

Nel gergo degli astrofisici, infatti, la parola “zeta” viene usata per esprimere la distanza di un oggetto. E quello del quasar appena scoperto è uno “zeta” decisamente assai elevato, “per l’esattezza, 3.668, praticamente -sottolinea Bassani- ai confini dell’Universo”. “Il sospetto già l’avevamo, ma quando è diventata una certezza -confessa la ricercatrice- abbiamo esultato per la soddisfazione”.