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Il sorriso della Gioconda è quello di una puerpera

Luglio 11, 2008

Fonte Newton, 2 ottobre 2006

Dopo 500 anni, uno studio scientifico rivela i segreti del dipinto più famoso del mondo grazie ad uno speciale scanner messo a punto da ricercatori canadesi

L’enigmatico sorriso della Gioconda è quello di una donna che aveva da poco partorito: è quanto ha sostenuto nei giorni scorsi uno storico dell’arte francese dopo che scienziati canadesi gli hanno consentito di esaminare il famoso dipinto di Leonardo con una tecnologia speciale a raggi infrarossi e a tre dimensioni. Bruno Mottin, del Centro per la ricerca e il restauro dei Musei di Francia, ha dichiarato che un attento esame del quadro ha rivelato che Monna Lisa indossa sull’abito un leggerissimo velo di garza. ”Questo tipo di vestito di garza era tipico, nell’Italia del sedicesimo secolo, della donna incinta o che aveva appena partorito”.

In una conferenza stampa a Ottawa, Mottin ha osservato che finora non era stato possibile vedere il velo perché il quadro era stato giudicato troppo scuro e difficile da esaminare. ”Possiamo però ora affermare che il dipinto di Leonardo fu commissionato per celebrare la nascita del secondo figlio della Gioconda, il che ci aiuta a datarlo con più precisione a circa il 1503”, ha detto lo studioso.

La giovane donna al centro di secoli di illazioni è identificata come Monna Lisa Gherardini, la moglie del mercante fiorentino Francesco del Giocondo, da cui ebbe cinque figli. Mottin ha anche rivelato che, contrariamente a quanto appare a occhio nudo, la Gioconda non aveva i capelli sciolti sulle spalle ma portava un berrettino in testa da cui uscivano solo alcuni riccioli: ”Finora i capelli sciolti di Monna Lisa avevano sorpreso gli esperti – ha spiegato – perché li portavano così solo le ragazze molto giovani o le donne di malaffare”.

Gli esperti canadesi hanno trovato il capolavoro di Leonardo sostanzialmente in buona forma malgrado i suoi 500 anni. Su richiesta del Centro di ricerca e restauro dei musei di Francia, più di un anno fa gli esperti del Consiglio nazionale delle ricerche del Canada (Cnrc) si erano recati a Parigi, al Louvre, per studiare il quadro, utilizzando una tecnica di digitalizzazione dell’immagine in formato tridimensionale sulla base dei dati raccolti in 16 ore di scannerizzazione dell’opera.

”Il pannello di legno sul quale è stata dipinta la Gioconda è sensibile alla temperatura e alle variazioni climatiche. Tuttavia, nelle condizioni attuali, non c’é alcun pericolo di degrado”, ha dichiarato il Cnrc. ”I nostri risultati confermano quelli degli studi precedenti. Benché siano presenti delle fessure, lo strato di pittura propriamente detto resta ben attaccato al suo supporto”, ha detto John Taylor, uno dei ricercatori. ”Non abbiamo scoperto alcun segno di scollamento – ha aggiunto Taylor -. Per un’opera vecchia di 500 anni è un’ottima notizia. Dovrebbe restare intatta ancora a lungo se la si continuerà a conservare in una teca ad ambiente controllato come è attualmente”.

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La Gioconda non è Monna Lisa: è l’autoritratto di Leonardo

Giugno 26, 2008

Fonte: Il Messaggero.it, 6 settembre 2007

La Gioconda di Leonardo Da Vinci non è l’immagine di Lisa Gherardini, nota in tutto il mondo come la Monna Lisa. Tre studiosi Lillian Schwartz, Renato Manetti e Alessandro Vezzosi hanno cercato di dimostrarlo con tesi differenti, pubblicate in un unico volume da Polistampa. Lillian Schwartz aveva già affermato, nel 1987, che i lineamenti del volto della vera Monna Lisa e quelli del ritratto fatto da Leonardo al computer non erano sovrapponibili. La notizia aveva fatto il giro del mondo, ma non era mai stata pubblicata in un testo internazionale.

Ora, invece, la sua teoria, comprovata da molte elaborazioni al computer e da una dettagliata analisi, la si può leggere in italiano e inglese nel volume Monna Lisa. Il volto nascosto di Leonardo – Leonardo’s hidden face (Polistampa, pp. 152, euro 14), insieme alle dimostrazioni degli altri due studiosi.

Il libro, come spiega una nota, prende spunto dal convegno organizzato, nel 2006, dalla Provincia di Firenze, in cui la Schwartz presentò per la prima volta in Italia la sua ricerca, sostenuta da quella di Renzo Manetti, scrittore e studioso di iconologia e storia dell’architettura, e dagli studi di Alessandro Vezzosi, fondatore e direttore del Museo Ideale Leonardo Da Vinci. Tutt’e tre sono giunti alla conclusione che dietro i lineamenti della Gioconda si celano quelli di Leonardo stesso.

La spiegazione filosofica offerta da Renzo Manetti parte da un paragone con la Beatrice dantesca. Anche la musa ispiratrice del poeta fiorentino, infatti, per molti critici rappresenta l’alter ego spirituale di Dante. Monna Lisa, dunque, al pari di Beatrice potrebbe essere l’immagine simbolica del genio di Leonardo. Lo studio della filosofia occulta che si celerebbe nei versi di Dante era molto diffuso nei circoli umanistici fiorentini, così come il farsi ritrarre in vesti femminili rispondeva ai dettami di un simbolismo ermetico molto usato nell’arte di quei secoli.

Nel saggio conclusivo, poi, Alessandro Vezzosi ha supportato la convinzione degli altri due studiosi sul fatto che la Gioconda non raffiguri Monna Lisa Gherardini, la moglie di Francesco Del Giocondo, proponendo un’affascinante panoramica della storia e della fortuna del celebre dipinto. Il direttore del Museo Ideale di Vinci, è convinto che la donna raffigurata nel celebre dipinto sia invece una favorita di Giuliano de’ Medici, il fratello di Papa Leone X. L’ipotesi di Vezzosi nasce dalla ricerca compiuta sulle pagine del diario del cardinale Luigi d’Aragona, scritto dal suo segretario, che rivelano alcune confidenze fatte da Leonardo stesso, il 10 ottobre 1517.

La celebre Monna Lisa, che fino a questo momento è stata considerata la musa di Leonardo, secondo una ricerca del fiorentino Giuseppe Pallanti sui documenti contenuti in un archivio fiorentino, pare sia morta a Firenze il 15 luglio 1542, a 63 anni, e sia stata sepolta nel convento fiorentino di Sant’ Orsola.

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Piramide di Cheope: la verità sulla costruzione

Giugno 23, 2008

Fonte: Il Sole24ore.com, 13 marzo 2008

Articolo di Aristide Malnati

Il più intricato enigma legato al complesso mondo dell’Antico Egitto potrebbe essere prossimo a una soluzione, grazie alle ricerche certosine di Diego Baratono, egittologo attivo all’Università di Torino. Baratono in anni di studi ha dato vita a teorie convincenti e puntualmente verificate sul campo, riguardanti la costruzione della grande piramide di Cheope e di quelle attigue di Chefren e Micerino, sulla piana di Gizah (periferia occidentale del Cairo). Il luminare torinese è riuscito, con appropriati rilevamenti sul terreno, a provare l’esistenza all’epoca della costruzione delle tre piramidi (IV Dinastia, attorno al 2550 a. C.) di un terrapieno, da lui denominato ‘terzo livello della piana di Gizah’; una sorta di altura ben al di sopra del piano calpestato, che costituì il livello d’appoggio delle piramidi e dunque la base di lavoro, dove gli operai trasportarono i blocchi per la futura struttura.

Come venne di fatto costruita la piramide? Gli enormi blocchi furono innalzati sulla sommità del terrapieno mediante l’utilizzo di slitte o di traversine in legno, capaci di far scorrere massi di elevato tonnellaggio e da lì vennero prima calati “in situ” e poi sistemati con traiettoria sempre più orizzontale. Una volta che la nuova costruzione raggiunse il livello del terrapieno gli ingegneri egizi iniziarono a dar corpo all’imponente camera mortuaria e ai condotti, quasi tutti ad essa collegati; la piramide di Cheope fu poi completata utilizzando la camera del re come base d’appoggio per la parte terminale e per il ‘pyramidion’: in questa fase finale gli operai verosimilmente utilizzarono le strutture sottostanti come punto d’appoggio per innalzare il materiale utilizzato per il vertice: in questa non agevole operazione si utilizzò un sistema di carrucole, che scorreva su un fianco della parte già eretta, ultimato solo alla fine.

Nella fase conclusiva le teorie di Baratono riprendono e completano l’ipotesi in passato avanzata da Jean-Pierre Houdin e verificata con simulazioni in 3D al computer. La nuova tesi è anche la conferma di quanto ipotizzato da un altro celebre egittologo, Michel Valloggia, direttore dello scavo nell’area della piramide di Gedefra ad Abu Rawash (a nord di Gizah): Valloggia nel corso delle più recenti campagne di scavo ha osservato e poi verificato con prospezioni in altri siti come la scelta del terreno, su cui erigere una piramide di notevoli dimensioni, fosse determinata dalla stabilità del terreno stesso e dalla possibilità di portare i pesanti blocchi con il maggior agio possibile (magari appunto sfruttando terrapieni attigui). Le tracce della presenza di un terrapieno a Gizah sono state riscontrate da Baratono e dalla sua équipe con sofisticati sistemi di accertamento e consentono di postulare l’esistenza a tutto l’Antico Regno di una sorta di collina di ampie dimensioni, elemento nodale per il buon esito di quell’epica impresa ingegneristica. Insomma un progresso importante nel campo dell’egittologia, che ha il pregio di basarsi su elementi evidenti e di non ricorrere a strampalate supposizioni esoteriche o astronomiche.