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La Grecia catturò l’Italia

giugno 24, 2008

Fonte: Il Sole24ore.com, 28 marzo 2008

Articolo di Paul Zanker

L’appropriazione della cultura greca da parte dei Romani è un fenomeno essenzialmente privo di analogie dal punto di vista storico: una società culturalmente inferiore (quella romana) si appropria in modo così assoluto della cultura di coloro che ha sconfitto (i Greci), che quest’ultima diventa parte integrante della sua identità. Questo profondo processo di acculturazione, che concerne anche l’intero linguaggio figurativo, ha inizio nel III secolo a.C., quando Roma è in procinto di conquistare la Magna Grecia e l’Oriente greco. In un primo tempo, i Romani conoscono l’arte greca attraverso il bottino, frutto della conquista, giacché quest’arte è presentata massicciamente durante gli ingressi trionfali, quindi esposta al pubblico. Man mano che il ceto dirigente si ellenizza, matura però il desiderio di arredare con opere greche pure lo spazio privato: anzitutto le ville, in seguito le abitazioni urbane e le ville suburbane (chiamate con ritegno horti). Il possesso dell’arte greca si trasforma così ben presto in un importante segno di prestigio. Ma solo negli ultimi decenni della Repubblica si legge occasionalmente di veri conoscitori e collezionisti d’arte, tra cui i più famosi sono Lucullo e il pretore Verre che, com’è noto, Cicerone accusò di aver rapinato opere d’arte e aver abusato della propria autorità ai danni degli abitanti delle province. Sembra però che ciò a cui si ambiva non fossero solo famosi capolavori. Le numerose opere che sono state rinvenute alla periferia di Roma, in quella che un tempo era detta zona degli horti, dimostrano infatti che si aspirava perfino ai semplici originali di anonimi scultori. Tra tali lavori sono da annoverare ad esempio i rilievi sepolcrali, oppure l’illustre Trono Ludovisi. Presumibilmente si apprezzava l’aura greca che simili opere, spogliate della loro funzione originale ed esposte per esibire un mero e pretenzioso richiamo estetico, erano in grado di evocare.

L’arte depredata, mostrata negli edifici pubblici, e quella originale, accolta nelle collezioni private, segnò solo l’inizio di una domanda che ben presto crebbe. Tant’è che a partire dalla metà del II secolo a.C. questa situazione finì per spingere a Roma i primi scultori greci, ove essi potevano contare su remunerativi incarichi da parte dei generali vittoriosi, che in Campo Marzio facevano erigere dei templi votivi per celebrare i loro successi. Roma, paragonata alle città greche orientali ma anche a quelle della Magna Grecia, aveva allora un aspetto particolarmente antiquato, e i nuovi templi con i loro idoli moderni alla greca dovettero aver avuto quasi un effetto di sfida tra i templi in stile italico-etrusco, con i frontoni in terracotta e i relativi fregi. Qualcuno si sarà pur chiesto, come del resto fa Catone, se era possibile attendersi da queste immagini la stessa protezione che avevano ispirato quelle tradizionali.

Ben presto gli originali greci non furono però più sufficienti per decorare le ville e le abitazioni urbane, poiché tutti coloro che avevano delle disponibilità desiderarono circondarsi di belle statue e di pitture greche. La conseguenza fu una crescente domanda di copie. Il piacere estetico e la necessità di mostrarsi colti si svilupparono così di pari passo, e le botteghe di scultura ateniesi furono le prime a individuare le potenzialità di questo nuovo mercato, rifornendolo sistematicamente. La nave che fece naufragio di fronte a Mahdia (nell’odierna Tunisia) intorno all’80 a.C. aveva nella stiva non solo colonne e capitelli, utensili di bronzo artistici e statuaria in stile tardo-ellenistico, ma perfino copie di famosi capolavori classici.
Un tale commercio artistico assunse presto una dimensione così vasta che le botteghe greche si trasferirono in Italia. Già nel periodo augusteo si lavorò per un mercato che in gran parte si era adeguato alle richieste. La corrispondenza di Cicerone ci mostra che la scelta di un’opera d’arte era guidata anzitutto da un gusto contenutistico, e solo successivamente da una sensibilità estetica. L’oratore ambì ad esempio, per il ginnasio della sua villa presso Tuscolo, a statue e rilievi che gli ricordavano le famose scuole filosofiche di Atene (cercò dunque un’Atena, muse o cose simili), e si adirò invece quando ricevette statue di soggetto dionisiaco. I proprietari delle ville preferivano di solito queste ultime per decorare i giardini, mentre nei porticati erano collocati le figure mitologiche e i ritratti di illustri poeti, oratori e politici greci, tra cui strano a dirsi perfino le immagini di principi ellenistici. A Ercolano, nella Villa relativamente piccola dei Papiri furono rinvenute più di cento opere in bronzo e in marmo, sebbene si trattasse solo di una parte della statuaria che originariamente era stata raccolta in questa villa.
È possibile che i conoscitori ritenessero inizialmente le copie sostituzioni di originali a loro inaccessibili, ma ben presto se l’opera fosse o meno originale non ebbe però più grande importanza. Diversamente dal moderno feticismo per l’originale, quel che interessava era allora la forma greca in sé, anche se, a dire il vero, spesso ci si accontentava di schemata che valessero come greci, o del fatto che fossero per lo meno riconoscibili i più celebri tipi di statue. Tant’è che per determinate collocazioni, come ad esempio la facciata di un teatro, era sufficiente che fosse semplicemente riconosciuto lo schema di una particolare figura mitologica; in altri casi, soprattutto in ambito privato, taluni acquirenti attribuivano importanza al fatto che la copia fosse fedele all’originale.

Come modelli si utilizzavano calchi in gesso, che erano trasferiti nel marmo attraverso misurazioni segnate da “puntelli”. Talvolta gli scultori lasciarono alcuni di questi ultimi come marchio di qualità che garantiva l’accuratezza dell’esecuzione. L’arte di epoca imperiale romana consiste in gran parte in copie, in varianti e in ripetizioni schematiche di opera nobilia greche, come erano detti allora i capolavori in ragione della loro qualità estetica. Tuttavia, le copie e le varianti rappresentano solo un lato del fenomeno, giacché le creazioni alla greca non erano in effetti meno importanti. Mescolando elementi greci anche di vari periodi, gli artisti svilupparono un proprio e nuovo linguaggio figurativo, grazie al quale crearono opere pittoriche e scultoree rispetto alle quali l’arte greca non offriva modelli, soprattutto per temi politici come quello dell’encomio dell’imperatore.

Questa assoluta dipendenza dell’arte romana dai modelli greci è stata valutata in modo molto diverso nella critica d’arte. Winckelmann e l’intero XIX secolo ritengono l’arte romana come una semplice fase tarda e decadente dell’arte greca, preziosa solo perché le copie si pensava permettessero di farsi un’idea degli originali greci perduti. Più tardi, quando in Europa si cominciò a definire le diverse caratteristiche artistiche dei singoli popoli, si tentò di riconoscere lo stile meramente “romano” e di distinguerlo dal l’«arte dei copisti». Nessuno dei due concetti si è però mostrato valido. Oggi il tema in discussione è piuttosto, principalmente, di intendere il mondo figurativo come parte della cultura della società romana della tarda Repubblica e dell’Impero. Per questa ragione l’attuale interesse scientifico si rivolge soprattutto alle diverse forme dell’uso delle opere d’arte da parte delle rispettive società.

Per comprendere il carattere perfettamente classicistico dell’arte romana è importante soffermarci sulla fase e sulle circostanze in cui avvenne l’appropriazione dell’arte greca, nel II e nel I secolo a.C. Dopo la morte di Alessandro la cultura greca si trasforma profondamente, non segue quasi più l’ideologia della polis con le sue rigide norme politiche e religiose, ma sostiene piuttosto l’idea di un godimento privato della vita. Nelle città ellenistiche e nelle residenze regali si guarda con ammirazione alla grande epoca della polis, anzitutto a quella ateniese, e si inizia a commentarne le opere letterarie e a citarne e imitarne le creazioni figurative.

Questa tendenza corrisponde in pieno ai bisogni della cultura romana, in quel tempo intenta a costruire un impero che comprende l’intero bacino del Mediterraneo. Appropriandosi di una cultura che oramai era giunta al suo compimento, ma che era ritenuta esemplare dall’intero mondo ellenistico e dunque era degna di essere riprodotta, i Romani cercarono così di diventare a pieno titolo parte di questo mondo culturale; anzi, nelle loro province e nei territori sottomessi si presentarono perfino come i portatori di questa cultura greca.

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4 commenti

  1. I “puntelli” si chiamavano repère. E’ carino il fatto che nella gipsoteca di Possagno (TV) si vedono i modelli in gesso del Canova (gli originali) con le repère, in scala 1:1, che il Canova utilizzava appunto come i Romani come riferimento metrico in fase di scultura della statua definitiva in marmo. E’raccolta tutta la produzione di sculture del Canova. Così se gli originali in marmo sono sparsi per il mondo, si possono vedere dei modelli in gesso molto simili alla versione in marmo fatto sempre dallo stesso scultore e tutti raccolti in un unico posto, bello no?


  2. grazie per la visita e il commento.
    non conosco la gipsoteca che segnali, ma concordo, mi sembra una bella risorsa.
    🙂


  3. Tra l’altro la gipsoteca contiene esposti sia gli strumenti che utilizzava Canova, sia i bozzetti in terracotta delle statue, sia le tele dipinte da lui con le figurine chiare su fondo nero come da stile pompeiano (Canva era anche un pittore, molto stimato nell’Accademia di Venezia)


  4. interessante



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